Come un’automobile: la casa si costruisce sulla catena di montaggio

Come un’automobile: la casa si costruisce sulla catena di montaggio

Riva del Garda – Immaginate una fabbrica di automobili. Pensate alle linee di produzione, costellate da robot che tagliano, ripiegano, imbullonano, incollano. Tutto guidato da un sistema organico quanto complesso, programmato per ottimizzare. Aggiungete gli operai, impegnati a sovrintendere alla qualità delle lavorazioni prodotte. E ancora: il magazzino. Fate entrare i muletti della logistica, che trainano, spostano, trasportano. Verso un obiettivo preciso. Predeterminato. Ora, fate uno sforzo di fantasia. E pensate di sostituire – a scocche, porte e finestrini – pareti di cartongesso, tetti e finestre. Persino parti di una fondazione. Non è fantascienza: anche in Italia, è già realtà.

È la casa 4.0. Quella che non si costruisce (e non si ristruttura) più in cantiere. Ma in laboratorio. E che in loco viene solo assemblata, con passaggi che devono essere sempre più snelli. C’è chi scommette che, nei prossimi cinque anni, diventerà una modalità costruttiva diffusa. Anche fra le pmi, che costituiscono tanta parte della nostra economia edilizia. A crederci è innanzitutto REbuild, la manifestazione che ieri 22 giugno e oggi 23 giugno si è svolta a Riva del Garda e che si occupa di dare spunti all’edilizia per accompagnare un percorso di formazione a livello nazionale.

«Possiamo costruire le case come si assembla un’automobile? – si chiede Thomas Miorin, ideatore di RElab e della manifestazione di Riva -. Assolutamente sì. Un recente studio di McKinsey, pubblicato qualche settimana fa, ha fatto il punto sul potenziale tecnico di automazione che c’è in ogni settore. In un cantiere, ci sono attività fisiche non prevedibili, dati e attività fisiche prevedibili. È sulle prime che l’approccio off-site dovrà agire per cambiare completamente i parametri al mercato».

La strada da compiere è un salto di qualità. «I robot che usiamo per costruire le automobili – spiega Thomas Bock, esperto di rango internazionale sul tema – sono ovviamente da modificare, per essere impiegati in edilizia. Come i computer, vanno riprogrammati. Ma ci sono Paesi dove da oltre 30 anni l’occasione è già stata colta». E ancora: «Non è una questione di risparmio sui costi. Perché anche nella prefabbricazione, la qualità si paga. Non è vero che è più conveniente. Il delta, però, è sui tempi di cantiere, che si riducono in maniera importante». E che consentono di ottenere case più belle ed efficienti.

A parlare non sono proiezioni future. Ma casi concreti. Quelli in arrivo dall’estero. Dalla Spagna, dove La Casa por El Tejado ha creato uno straordinario modello per insertare moduli prefabbricati sul tetto piano di edifici esistenti. I palazzi crescono, di uno o più piani. Completano vuoti urbani, migliorando l’aspetto estetico delle grandi metropoli europee: da Barcellona a Madrid, a Parigi.

Dall’Olanda, dove Peter Goossen, design manager di BouwNext e Jan Willem Sloof, titolare di Renolution, piccola impresa con appena 25 dipendenti ha messo a punto una modello per rinnovare gli involucri esistenti. Tutto costruito in cantiere: assemblato in due giorni di posa. Per ottenere risparmi energetici fino al 95%. E ancora: nelle visioni di Vicente Guallart, direttore generale di Urban Habitat. Che, per costruire architetture, usa i materiali della tradizione (mattone, legno, cemento), ma grazie all’innovazione li spinge ben al di là delle “consuete” potenzialità. Perché l’asticella del traguardo a cui si può puntare con ciò che già esiste è molto più alta di quanto si pensi.

«Il sistema della manifattura, così come lo abbiamo inteso fino ad oggi, è in crisi e non funziona più – spiega Ezio Micelli, che presiede il Comitato scientifico di REbuild -. Occorre lavorare per dare vita a un nuovo artigianato digitale. La manualità deve trovare la strada per integrarsi e dare valore aggiunto all’automazione. Che sia disponibile a confrontarsi con il mass market delle nostre periferie. Perché le vere potenzialità sono quelle che riguardano i milioni di alloggi inseriti in un condominio e che necessitano di essere trasformati». A dare una mano, anche l’Internet delle Cose: nei cantieri intelligenti, gestiti attraverso una progettazione Bim (dove tutto ciò che nella realtà accade, è stato anche simulato nella realtà virtuale e sono stati corretti gli eventuali errori), tutto può essere controllato nel minimi dettagli. Grazie all’interazione delle tecnologie.

Non è facile. Il cambio di mentalità è importante. L’innovazione – come ricorda senza mezzi termini lo stesso Micelli, citando l’economista Michael Porter – «è un atto contro natura, ma è anche una strada obbligata». E gli esempi di chi ha svoltato, anche in Italia, non mancano. A Londra, nel Television Center, fabbricato simbolo della BBC, 800 nuovi bagni sono stati interamente prefabbricati dall’ingegno italiano. Portano la firma della Open Building di Verona, azienda che ha partecipato e vinto una gara, con un requisito particolare: i nuovi “bathroom pot” dovevano essere tutti costruiti off-site. Sono stati realizzati. E trasportati in loco con l’ausilio di carrelli.

Il gruppo Focchi, che lavora sugli involucri, sta sperimentando nuove facciate che all’interno integrano sistemi di riscaldamento o raffrescamento degli edifici o tecnologie digitali. Così, mentre si rinnova la facciata, contestualmente si potranno rinnovare anche gli impianti. E poi, fra gli esempi più avanzati di prefabbricazione in Europa, il caso di Woodbeton, società che lavora sulla prefabbricazione del legno. Che dalla provincia di Brescia e grazie a una collaborazione con Vastint Hospitality (società di Inter Ikea Group) ha industrializzato la realizzazione di hotel. Un modello che sta esportando in tutto il Continente. I numeri parlano da soli: 191 assunzioni in tempo di crisi e una produzione di 1.900 camere l’anno (che può già nei fatti raddoppiare). «Un modello off-site – racconta Giovani Spatti, mostrando alla platea le immagini e i video che fanno vedere la fabbrica delle case – che non pone limiti al design. Perché ai progettisti non abbiamo voluto imporre esigenze di layout. E questa è la vera differenza fra automazione e prefabbricazione tradizionale». Per far funzionare, come un orologio, due linee produttive, che lavorano in parallelo, la gestione software è fra le più sofisticate. «Poi, però, c’è la mente – conclude Spatti -. Perchè il bim può aiutare l’uomo. Ma poi è la testa che governa il processo».